De Saint Point Valentine

Valentine de Saint-Point

Valentine De Saint Point visse un secolo fa (1875-1953). Si chiamava Valentine de Saint-Point ed era pronipote di Alphonse de Lamartine. Come tutte le figure davvero geniali, ha dovuto subire l’incomprensione della maggioranza dei suoi lettori. E d’altra parte per chi ha grande talento è la storia successiva a decidere la sua visibilità: nelle epoche in cui le tue idee coincindono con quelle dominanti sei consideratissimo e studiatissimo, in caso contrario sei volutamente oscurato perché rappresenti la voce in grado di mettere in crisi il potere. A Valentine, finora, è toccata questa sorte. Spirito autenticamente libero, figura di primissimo piano dell’avanguardia del primo Novecento, si dedicò alla poesia, alla narrativa, alla pittura, alla danza. Le sue idee erano dinamite per il suo tempo. Oggi lo sono ancora. Per questo viene praticamente ignorata. Fa paura, Valentine. Anche oggi. Conosciuta ai suoi tempi soprattutto per il celebre Manifesto della donna futurista (1912) e per il successivo Manifesto futurista della lussuria (1913), ha scritto testi di notevole intensità e creativa.

Qui voglio proporvi un passo praticamente sconosciuto, tratto da un suo testo meno noto, il Teatro della donna (1912). Tralasciando le acute considerazioni sul ruolo della donna nei testi teatrali, vi riporto alcune riflessioni generali di Valentine sulla donna. Sono idee di una lucidità invidiabile e di una brillantezza ancor oggi inarrivata. E sono passati quasi 100 anni. Intuire la doppia natura delle femministe non era certo al suo tempo semplice come lo è ora. E poi le sue osservazioni sull’eroismo e sullo spirito di abnegazione della donna, e sul suo ruolo di creatrice di vita e di anime meriterebbero di essere in testa a qualsiasi pubblicazione femminile e femminista. Ecco Valentine.
“Eppure la nostra è un’epoca che vede trionfare il femminismo, con i suoi orrori e la sua bellezza. Accanto alle donne sprovviste di ogni grazia, che – per acquisire diritti che le altre hanno in pratica sempre posseduto -, copiando l’uomo, si sono virilizzate al punto di perdere tutte le loro essenziali qualità femminili, altre donne, che sono belle o semplicemente dotate di un’intelligenza più vasta, hanno acquisito una maggiore indipendenza di spirito e di vita, un gusto per lo sforzo personale e per un’attività in armonia con la grazia e la fatalità del loro essere, che le libera da ogni tutela e da ogni forzata irreggimentazione. La giovane donna di oggi è, almeno nelle sue affermazioni e nella sua apparenza, ben diversa dalla giovane donna di quarant’anni fa. Dico: nelle sue affermazioni e nella sua apparenza, perché è del tutto certo che la psiche della donna, nei suoi tratti fondamentali, rimane più o meno immutabile attraverso i secoli e le epoche. Le sue virtù restano le stesse, ma, a seconda dei tempi, vengono mascherate d’ipocrisia, tenute a freno o lasciate libere di manifestarsi. Ai nostri giorni le virtù femminili possono sbocciare liberamente; la donna più libera non si accontenta più delle antiche apparenze che ce la mostravano, a seconda della situazione sociale, come casalinga compiacente e silenziosa, o come fascinoso oggetto di lusso, ma senza slancio, senza durevole volontà; passiva, rassegnata ad un compito meccanico di consolazione e di piacere, soggiogata all’unico protagonista attivo della vita: il maschio. Ella afferma liberamente la propria volontà di dominio, più o meno forte secondo il suo carattere, il suo orgoglio di espiratrice, di educatrice e a volte anche di creatrice: essa proclama la propria coscienza, di cui regola i moti con maggiore o minore eleganza, ma che comunque rivendica. […] Platone assegnava alla donna tre qualità essenziali: la grazia, la pietà, l’intùito. Nella nostra concezione moderna, ancora embrionale, della vita, pietà significa, più precisamente, riconoscere ad ogni creatura il diritto alla vita, diritto che diventa il più semplice e il più grande dovere umano, comune a tutti.



(Spanish)
Nacida en Lyon en 1875 y fallecida en El Cairo en 1953, Valentine de Saint-Point fue una mujer singular con una vida llena de polémica. Escritora, poeta, pintora, dramaturga, crítica de arte, coreógrafa, conferenciante y periodista, es conocida por ser la primera mujer que redactó un manifiesto futurista, así como por sus importantes contribuciones al arte y al concepto de la performance con sus Métachories.

La idea central de la obra es que tanto el individuo como la colectividad o también una época serán completos cuando influyan en ellos a la vez feminidad y masculinidad. Las épocas que abundan en masculinidad y feminidad producen más héroes y genios. La época actual (1912), dominada por la feminidad, necesita más virilidad. Todas las mujeres deberían compartir las virtudes femeninas con las cualidades viriles. La mujer se concibe como amante o madre, por su encanto y su ternura, porque se había dejado domeñar. El modelo deseado será la guerrera, la heroína, pero no dentro del marco del feminismo, que es un error político según la autora, porque no conllevaría el desorden deseado por el Futurismo.

Valentine de Saint-Point atacó tanto los abusos de la misoginia futurista como las convenciones de la identidad burguesa institucionalizada a través de los valores y las actitudes de la sociedad francesa parisina de la Belle Époque. Creó la imagen de una feminidad fuerte, masculina, ni dócil ni reducible al estereotipo de la femme fatale, despreciada por los futuristas, que es la antítesis de la mujer burguesa inerte, conformista, pasiva y obediente. Ella llevó la noción de la maternidad y del cuerpo femenino a extremos provocativos para rechazar el ideal femenino burgués que veía la familia, la maternidad y la ética sacrificial de la feminidad como la única misión apropiada para la mujer, base de la mentalidad del patriarcado burgués perpetuada por los estereotipos románticos y simbolistas.

Influenciada por el moral de la violencia “revitalizante” de Nietzsche, Valentine de Saint-Point proyectó una mujer ideal —superior y fálica, que es la guerrera—, proponiendo como modelos las erinias, las amazonas, Semíramis, Juana de Arco, Jeanne Hachette, Charlotte Corday, Judith, Cleopatra, Mesalina o Caterina Sforza. La imagen de la guerrera, modelada a base del principio de la bisexualidad de la naturaleza andrógina del hombre de Otto Weininger, respondía para Valentine de Saint-Point, como para Virginia Woolf o Luce Irigaray, al concepto de la violencia simbólica de la androginia. Implícitamente, rechazó la idea de que la mujer era inherentemente “femenina” y discutió el esencialismo biológico basado en la diferencia sexual. Por eso el andrógino —ni mujer ni hombre— podría desafiar los códigos hegemónicos del género de la época. Para Valentine de Saint-Point, la androginia representaba un estado mental, una manera de pensar, de sentir y de construir la dialéctica recíproca de cuerpo y mente, carne y espíritu. Para ella lo que define la identidad y la potencia transgresiva de una persona es la posición que toma como sujeto en un contexto sociocultural dado.

Rechazó el feminismo como movimiento político creyendo que no podría producir el desorden y la destrucción deseados por los futuristas en el sistema parlamentario europeo. A causa de sus tesis no fue aceptada ni por los conservadores ni por los feministas moderados y reformistas que criticaban a Valentine de Saint-Point por protofascista, antifeminista y antifemenina.

Ma con la grazia dell’intùito, e con altre virtù che le sono proprie, quali la tenacia paziente e scaltra, l’abnegazione verso l’amante e il bambino, l’eroismo modesto nel dolore fisico e morale, tutto ciò di cui è fatta la maternità, che si estende dal bambino all’uomo – poiché questi rimane per tutta la vita il bimbo della donna, e in ogni amore di donna vi è maternità -, la donna è stata e resterà colei che crea, che domina, che esalta, e che, incoraggiandone le ambizioni, rafforza la volontà di vivere degli uomini, e dal suo ruolo di creatrice di corpi si eleva fino alla capacità di produrre anime”.