D’Alba Auro – Umberto Bottone

Schiavi di Abruzzo 1888 – Roma 1965, è stato un poeta italiano

Nacque a Roma il 14 marzo 1888 da Giuseppe e da Maria Amici. Amico di Sergio Corazzini ed introdotto in un piccolo cenacolo di giovanissimi poeti e scrittori (tra i quali figurava anche Armando Mazza), esordì con una raccolta di poesie, Lumi d’argento (Roma 1905), alla quale seguì un’altra raccolta, Corde ai fianchi (Roma 1910).

Entrambe queste opere, pervase da un mistico, estetizzante interesse per la vita monacale, testimoniano la presenza di influssi crepuscolari e simbolisti. Il poeta che però contò maggiormente nella formazione D’Alba fu il D’Annunzio, da lui ammirato ed amato anche se, nella giovanile ansia di novità e nel desiderio di sottrarsi al fascino di un modello tanto superiore, egli tenterà presto esperienze diverse.

Nel 1912 D’Alba venne a contatto con i futuristi, inviando a Marinetti alcune liriche, che furono da questo declamate al Teatro Dal Verme di Torino nel corso di una delle tante “serate futuriste”; altre liriche vennero inserite nell’antologia Poeti futuristi (Milano 1912). Finalmente in occasione della “serata” al Teatro Costanzi di Roma (21 febbr. 1913), D’Alba conobbe personalmente Marinetti e, subendo il fascino della sua prorompente vitalità, entrò a far parte del movimento futurista.

Le opere D’Alba ispirate al futurismo sono due “sintesi teatrali”, I carri e Il cambio (in Teatro futurista sintetico, Milano 1916) e Baionette (Milano 1915), raccolta di poesie, alcune delle quali già apparse su Lacerba, in cui, accanto a liriche dal carattere più decadentista che futurista, sono presenti anche originali e vivaci composizioni di parole in libertà.

Tuttavia, già nel 1916, abbandonando sia il verso libero sia il linguaggio iconoclasta proprio dei futuristi, in cui l’aggressivo nazionalismo futurista si stemperava in un sentimentalismo lacrimoso ed edulcorato nella rappresentazione di tenui vicende di bimbi che attendono e pregano per i loro babbi combattenti: l’opera, in sostanza piegata a fini propagandistici, esortava all’amor di patria, alla fede, al sacrificio. Risale a questo periodo la collaborazione alla rivista napoletana La Diana (1915-1917) di Gherardo Marone, largamente ispirata all'”avanguardismo” di Lionello Fiumi, movimento a cui D’Alba si accostò nella ricerca di una via che rifiutasse le stravaganze del futurismo e non soggiacesse alla tradizione. In questo periodo diresse a Roma le Cronache letterarie, fino a che non partì per il fronte.

Decorato con una medaglia d’argento e una croce di guerra, nel dopoguerra, dopo aver aderito al Partito politico futurista, si unì ai seguaci di Mussolini e collaborò al Popolo d’Italia. Successivamente fu membro del primo direttorio del fascio romano di combattimento e fondò a Roma una squadra d’azione cui diede nome La Guascona. Partecipò ad azioni squadristiche ed alla marcia su Roma nello stato maggiore dello squadrismo dell’Urbe. Nel 1923, quando venne fondata la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, collaborò alla sua organizzazione e ne divenne in seguito capo dell’ufficio stampa e console generale.

Nel 1930 il B. pubblicò a Roma il romanzo Nostra famiglia che ebbe un certo consenso di critica tra la stampa più fedele al regime. Nel romanzo, in parte autobiografico, il B. trasfigura la propria famiglia (la moglie Marta, i figli Sergio e Ofelia) simboleggiando in essa la famiglia fascista ed esaltando i valori del lavoro, della milizia, della colonizzazione e della guerra. La produzione degli anni successivi invece fu sempre più ispirata a motivi religiosi, specialmente dopo il suicidio della figlia diciottenne Ofelia (23 marzo 1932). Ma la “conversione” al cattolicesimo fu dal B. sfruttata abilmente, negli anni che seguirono la Conciliazione, su un piano politico propagandistico: così nel libro La tortura della grazia (Roma 1932), esponeva in forma di dialogo le proprie meditazioni religiose e tentava, in forme più lirico-fantastiche che storicamente e ideologicamente pensate, di conciliare la morale cristiana con l’etica fascista e di indicare l’importante funzione della Chiesa cattolica nello Stato fascista. Dal 1932 ebbe anche inizio la sua collaborazione (protratta fino al 1936) alla rivista fiorentina Il frontespizio, ispirata anch’essa al tentativo di conciliare istanze cattoliche e fasciste.

Alla fine della seconda guerra mondiale D’Alba fu internato in un campo di concentramento; dopo la liberazione collaborò a Il Popolo di Roma e dal 1947 al 1965 all’Osservatore romano della Domenica sotto lo pseudonimo di Benigno, con articoli di meditazione religiosa e considerazioni moralistiche e con la rubrica L’appuntamento della carità. Scrisse anche sulla rivista cattolica Città di vita. Pubblicò ancora due raccolte di versi: Riù (Siena 1949) e I tetti hanno freddo (Napoli 1954).

In questi versi, ispirati soprattutto a motivi religiosi, si fa manifesto un certo influsso dell’ermetismo attraverso una maggior essenzialità del linguaggio. Tale caratteristica però è presente solo a tratti, poiché permane e prevale la tendenza all’uso di termini volutamente arcaicizzanti, ad un linguaggio ricercato, ad uno stile enfatico, sostanzialmente fedele al modello dannunziano.

Dopo aver pubblicato un libro di memorie, Formato tessera (Milano 1956), il B. chiuse la sua attività letteraria con un’ampia raccolta di liriche: Poesie (Milano 1961).

Morì a Roma il 15 aprile del 1965.

Original Source: Bottone Umberto

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