Le polibibite di F.T. Marinetti

polibibite

Variazioni sul tema delle misture alcoliche: le polibibite di F.T. Marinetti
dall’aromatizzazione dell’idromele, della birra e del vino alla mistura dei liquori

Nell’intento di disinfettare l’acqua per renderla potabile, l’uomo è ricorso a diversi sistemi, come la bollitura con conseguente aromatizzazione per ottenere gli infusi, il tè per primo ed in tempi più recenti il caffè; ma è stata la civiltà mediterranea a rendersi conto di quanto fosse più gradevole al palato il risultato della trasformazione in alcol gli zuccheri dei vegetali.

L’idromele (o mead in inglese) è forse il fermentato più antico del mondo e nell’antichità era noto come “la bevanda degli dei“. La ricetta base richiede semplicemente miele, acqua e lievito, ma vi sono innumerevoli varianti, ciascuna con il proprio nome: braggot (miele e malto) melomel (miele e frutta), metheglin (miele e spezie). L’idromele era la bevanda preferita del dio Odino e anche quella della mitica fiera Ofiulco. L’idromele un po’ misteriosa lo e’ davvero, visto che in Italia e’ quasi sconosciuta, e anche in certi paesi anglosassoni (Inghilterra, Galles, USA) pur essendo reperibile e’ tutt’altro che frequente. Ne esistono numerosi tipi: oltre ai mead “tutto-miele” sono molto apprezzate le qualità aromatizzate alla frutta (specialmente bacche come mirtilli e simili, che si sposano molto bene, ma anche fichi) o alle spezie piò disparate; vi sono varianti in cui e’ presente anche luppolo o malto, oppure mosto d’uva. Questi tipi di idromele hanno nomi molto suggestivi, dall’Hyppocras al Metheglin e cosi’ via.

La birra, nasce circa 9000 anni fa presso i sumeri e gli egizi che utilizzavano l’orzo  ed altri cereali:  alimenti base del bacino mediterraneo.  Dalla saccarificazione dei cereali sono nate le innumerevoli varietà  di birra, gustate anche con l’aggiunta di altri elementi : :la wodka nel bier-buster; lo champagne nel balck velvet;,whisky nel boilermake,r ; l’acquavite nel depth charge; la tequila bianca nel submarino.

Il vino , dall’ebraico yine, che significa bollire, fare effervescenza, è il prodotto che si ottiene dalla fermentazione alcolica totale o parziale dell’uva fresca, ammostata.

Considerato da sempre un valido medicamento , la scuola Medica Salernitana , nel 1006, distillò il vino per ricavarne l’alcol, considerato la quintessenza per curare le malattie : operazione di cui ricorre quest’anno il primo millennio. Vino e salute sono un binomio sempre presente nella civiltà dell’uomo che ha usato l’alcol contenuto nel vino per potabilizzare l’acqua in alternativa alla bollitura del tè o alla fermentazione della birra. L’alcol è tuttora usato come disinfettante, rifacendosi al termine arabo al kol che stava ad indicare la polvere di solfuro d’antimonio che evitava l’infezione agli occhi. Il primo ad usare la definizione per il distillato dal vino per uso medico fu Paracelso , riformatore della medicina del XVI secolo che stabiliva : il tutto è veleno, niente è veleno: dipende dal dosaggio

Oltre alla distillazione il vino accoglie degli additivi che ne modificano il gusto fondamentale.

Nel Seicento il medico di corte curò Luigi XIV sciogliendo la rarissima corteccia di china nel vino, diede vita al vino chinato.

La parola vermouth ha etimologia tedesca e vuol dire “assenzio, amaro”, il liquore ha invece natali tutti subalpini: correva il 1786 quando sotto i portici di piazza Castello Antonio Benedetto Carpano . aprì la sua bottega. Dove offriva il suo vermouth. Un’altra famiglia scrisse un capitolo importante della storia di questo nettare: quella di Fratello e Giacomo Cinzano. Impossibile dimenticare la Martini e Rossi, sorta a Pessione, nei pressi di Chieri.

Nel 1867 Gaspare Campari, inaugura il Caffè Campari nella Galleria Vittorio Emanuele, il salotto di Milano. Siamo negli anni appena successivi all’Unità d’Italia e a Milano c’è grande fermento. Gli intellettuali si ritrovano nei salotti e nei caffè, e a servire l’aperitivo rosso a Giacomo Puccini e Felice Cavallotti,  piuttosto che a Giulio Ricordi e Arrigo Boito, c’è il signor Gaspare, specialista in amari e cordiali, Gaspare Campari si diverte a trafficare con ampolle e alambicchi nel tentativo di ottenere un liquore dal gusto stuzzicante. Una miscela di erbe e un pizzico di fortuna fanno di lui il papà del «bitter all’uso d’Hollanda», più conosciuto come «Bitter Campari».

Bernardino Branca, nel 1852 diffuse la mistura alcolica già nota a Milano nel XVII secolo con il nome di fernet, che si vuol far risalire al nome dello svedese Fernet, che ne avrebbe inventato la formula. Un’etimologia più simpatica si riferisce a due parole milanesi fer della piastra rovente, resa lucida net dalle erbe che vi venivano rimestate.

Le origini dello spritz: sono ignote, tuttavia sembra derivi dall’abitudine dei soldati dell’Impero Austriaco di stanza nel Friuli-Venezia Giulia che, per ridurre l’alta, per loro, gradazione alcolica dei vini locali, li avrebbero allungati con un spruzzo ( spritz in tedesco ) di seltz; successivamente si diede una nota di colore aggiungendo liquori rossi come l’Aperol o il Bitter Campari: il bianchino spruzzato delle osterie.

L’usanza di miscelare liquori diversi , sembra, sia nata negli Stati Uniti agli inizi del XIX secolo ; in Europa la moda delle bevande miscelate risale agli anni Venti del XX secolo e velocemente si diffuse dappertutto. All’origine non esistevano regole fisse sulla preparazione, ma già nel 1930 era possibile consultare una pubblicazione, il savoy cocktail book, che stabiliva alcune regole generali che sarebbero durate sino ad oggi. Nel corso degli anni nacquero associazioni di categoria l’AIBES Associzione Italiana Barmen e Sostenitori nel 1949, e l’IBA: International Bartenders Association nel 1951 che codificò 60 cocktails. La codificazione è importante sia per il consumatore che per il barman: infatti, in qualunque posto del mondo si prepari o si serva lo stesso cocktail, ingredienti, preparazione, guarnizioni e bicchieri devono essere uguali.

Il termine cocktail letteralmente vorrebbe significare “coda di gallo“, nome che gli deriva (forse) per via dei variopinti colori di alcune miscele oppure a causa della leggenda sulle origini di questo tipo di preparazione. coda di gallo    cock = gallo tail = coda. Si vuol far risalire alla romantica leggenda di Bessie, figlia di un taverniere che, avendo smarrito il suo magnifico gallo da combattimento di nome Washington,consentì alla figlia di sposare il soldato che ritrovò il prezioso gallo. Per brindare al ritrovamento del gallo il taverniere mescolò diversi liquori in una mistura che venne chiamata coda di gallo = cocktail in onore del gallo ritrovato.

Cock – ale : ale = birra per il cock = gallo , Intendendo la birra come corroborante alcolico che abitualmente si dava ai pugili fra una ripresa e l’altra nei tempi eroici del pugilato codificato nel 1743 da Jack Broughton . Per analogia si indicava la bevanda fatta ingollare per eccitare i galli prima del combattimento

Coquetier è il nome che i francesi danno al piccolo recipienti che sostiene l’uovo alla coque, dove Antonietta Peychard, di origine francese gerente di un bar a New Orleans dove proponeva ai suoi clienti una mistura di sapore amaro servita nei piccoli contenitori. Divenne abituale chiedere un coquetier chiamando il contenuto con il nome del contenitore, come spesso avviene in cucina ( paella, per la padella che contiene la tipica preparazione spagnola, oppure cassoeula per cazuela= casseruola dove si cuoce il bottaggio tipico lombardo Vermouth, bitter, spritz e cocktail: denominazioni straniere che F.T. Marinetti contesta nel suo Manifesto della cucina futurista dove definisce polibibite le misture alcoliche., dandone anche alcune definizioni che indicano gli effetti che potrebbero apportare: Decisone è il nome generico di polibibite calde toniche che servono per prendere ,dopo una breve e profonda meditazione, un’importante decisione , mentre per trovare fulmineamente un’idea nuova si ricorre all’ Inventina. Prestoinletto è la polibibita riscaldante invernale in generale mentre la Guerrainletto è fecondatrice e la Paceinletto è sonnifera.

Offrire un cocktail, o un polibibita,, significa dare il frutto di una propria personale interpretazione, molto al di sopra della scelta di una bevanda, ancorché pregiata ,prelevata dal bar o dalla cantina, ma frutto del lavoro di un altro . La stessa differenza che corre tra una cenetta preparata con passione e la scelta dalla lista delle vivande di preparazioni cucinarie, perfette nell’esecuzione di un professionista, ma prive del tocco personale dell’anfitrione.

Gianni Staccotti, Sul tema delle misture alcoliche: le polibibite di F.T. Marinetti, dall’aromatizzazione dell’idromele, della birra e del vino alla mistura dei liquori