Alda Merini

ada merini

Preceduta da Anna (26 novembre 1926), e seguita da Ezio (23 gennaio 1943), nacque a Milano, il 21 marzo 1931, da Nemo (Milano 1901-1955), assicuratore presso la «Vecchia Mutua Grandine ed Eguaglianza. Il Duomo», e da Emilia Painelli, casalinga (Codogno 1901 – Milano 1959).

Dei suoi primi anni si hanno solo qualche testimonianza del fratello e un appunto scritto di suo pugno per l’antologia, curata da Giacinto Spagnoletti, Poesia italiana contemporanea. 1909-1959 (Parma 1959): «La mia infanzia non ha nulla di caratteristico: un’infanzia apparentemente, esteriormente comune ma, data la mia sensibilità acuta e forse già esasperata, ricca di toni a volte angosciosi, melanconici. Sono sempre stata isolata, chiusa in me stessa, pochissimo compresa anche dai miei e, forse per questo, il mio amore per loro non aveva confini, era assoluto» (p. 945).

Dopo le elementari frequentò i tre anni di avviamento al lavoro presso la scuola Laura Solera Mantegazza in via Ariberto. Durante la guerra – in seguito a una bomba che distrusse l’abitazione in viale Papiniano ove risiedeva – la famiglia si vide costretta a trasferirisi in un piccolo appartamento situato a Ripa di Porta Ticinese, 49. La madre e i figli per qualche tempo vissero sfollati a Cerano, in provincia di Novara, in seguito a Casale Monferrato. Poi Alda e i fratelli vennero accuditi per lunghi periodi da due zii di Torino, Aldo Sormano, colonnello in pensione, che aveva sposato Candida Merini, sorella di Nemo.

Nell’ultimo anno di guerra Alda terminò le scuole di avviamento al lavoro, ma per ragioni familiari non poté continuare a studiare. L’interruzione degli studi costituì un punto centrale della sua tormentata psicologia, generando un oscuro senso di incompiutezza che l’avrebbe portata verso le dolorose sofferenze della sua mente.

Attorno ai quindici anni Alda Merini attraversò una crisi mistica: forse la ragazza intravedeva nel convento anche la possibilità di continuare gli studi e colmare una lacuna per lei inaccettabile. In seguito la scelta religiosa venne accantonata, ma lasciò tracce nelle poesie di quell’epoca e anche in quelle successive.

A quindici anni si trovò a lavorare come segretaria presso il notaio Raul Korda, in via Verdi a Milano. Non era un impiego che potesse accettare, e durante l’orario di lavoro cercava di battere i suoi versi con la macchina da scrivere dell’ufficio, attirando i rimproveri del suo capo.

Alla fine degli anni Quaranta la giovane poetessa trovò ascolto in Angelo Romanò, che aveva conosciuto grazie a Silvana Rovelli, sua professoressa di italiano alle medie. Romanò, a sua volta, le fece conoscere Giacinto Spagnoletti e, nel 1947, Merini cominciò a frequentare la casa al n. 16 di via del Torchio, dove Spagnoletti abitava. Lì ebbe modo di incontrare Maria Corti, David Maria Turoldo, Luciano Erba, Giorgio Manganelli e altri intellettuali che si riunivano per discutere di letteratura: tutte figure destinate a rappresentare una parte importante negli intrecci del suo percorso esistenziale e editoriale. Malgrado non avesse ancora pubblicato nulla, il carattere forte di Alda era ben deciso e si faceva sentire.

Dall’incontro con Manganelli si sviluppò una passione destinata a lasciar traccia. Lui aveva 26 anni ed era sposato con una figlia, mentre Alda era appena sedicenne: fu una relazione difficile, come raccontò lei stessa in più occasioni.

In casa Spagnoletti Merini raccolse stima e consensi e il 1950 segnò la data del suo esordio, sebbene non ancora con un libro autonomo. Le prime sue poesie uscirono nella prestigiosa rivista Paragone, diretta da Roberto Longhi. Nello stesso anno avvenne anche il debutto nella citata antologia di Spagnoletti Poesia italiana contemporanea. 1909-1049.

L’attenzione per le sue poesie è testimoniata anche dal fatto che nel 1951 venne inclusa, per interessamento di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani, nell’antologia di Scheiwiller Poetesse del Novecento.

In questo periodo si manifestarono in lei i primi segni della malattia, e fu proprio Manganelli a portarla in cura da Franco Fornari e Cesare Musatti. In quegli anni fu brevemente ricoverata presso la casa di cura milanese Ville Turro. La ragione scatenante della crisi andava collegata al fatto che il suo primo libro, in uscita da Schwarz, era stato bloccato per mancanza di fondi: Merini non poteva sostenere le spese ma il problema venne risolto con l’intervento di una benefattrice, Ida Borletti, alla quale poi il libro venne dedicato.

Arrivò così, tra speranze e incertezze, la pubblicazione della prima raccolta di versi, La presenza di Orfeo (Milano 1953). L’accoglienza fu notevole per un’esordiente. Pier Paolo Pasolini intervenne in Paragone con un saggio dedicato ai poeti orfici e diede rilievo alla ‘ragazzetta milanese’ citando Georg Trakl e Rainer Maria Rilke; ma la poetessa si era guadagnata la stima di altri letterati del calibro di Piero Chiara e Luciano Erba che la inclusero nell’antologia Quarta Generazione (Varese 1954).

Dopo la rottura della relazione con Manganelli, conobbe Ettore Carniti, un panettiere milanese nato nel 1923 a Soncino, in provincia di Cremona, con cui si unì in matrimonio il 9 agosto del 1954. Le nozze vennero celebrate in S. Maria delle Grazie al Naviglio da padre Camillo De Piaz, il sacerdote che, con David Maria Turoldo, aveva creato a Milano un importante centro culturale in Corsia dei Servi, frequentato anche dalla stessa Merini.

Nel novembre del 1955 nacque la prima figlia, Emanuela. Nello stesso anno uscirono ben due raccolte poetiche: Nozze romane, presso Schwarz e Paura di Dio, da Scheiwiller, poesie che riprendono e intrecciano temi mistici e slanci erotici.

Le due raccolte non ottennero, tuttavia, l’attenzione che aveva destato il primo libro. La ragazza che voleva dedicare la vita alla poesia si trovò, a ventiquattro anni, dentro un’esistenza angusta in due stanze sul Naviglio, con una bambina piccola da accudire e dovendo convivere con gli strani turni di lavoro di un marito panettiere che usciva prima di mezzanotte e ricompariva il mattino dopo per andare a dormire. Nel 1955 morì il padre Nemo. Il marito, che aveva sempre lavorato per altri, tentò l’avventura in proprio e aprì una panetteria in via Lipari. Lei, la giovane sposa che voleva ascoltare la sua ispirazione, venne trascinata in una spirale di obblighi e faccende pratiche legate a una difficile sopravvivenza. Si manifestarono così i primi dissidi familiari. Incomprensioni, affanni, liti. Ma anche in queste difficoltà rimaneva ferma la sua ostinazione a continuare il percorso poetico. Nel 1958 nacque la seconda figlia, Flavia. Scheiwiller stava preparando un nuovo libro, e forse fu questa attesa a sostenere Alda Merini in quel periodo. La sua quarta raccolta di poesie, Tu sei Pietro, venne pubblicata da Scheiwiller nel 1962. Lo stupore che avevano suscitato i primi libri si attenuò. Nessuno ancora poteva immaginarlo, ma Tu sei Pietro rappresentò l’ultimo canto prima di un silenzio quasi ventennale.

La vita quotidiana stringeva da tutte le parti, le vicende familiari andavano complicandosi. Le turbolenze in casa diventavano frequenti, fino a quando, in seguito a una lite violenta, il marito chiamò un’ambulanza per il ricovero. La storia della poetessa prese un’altra strada. Una strada buia, imprevedibile, drammatica.

Fu questa la svolta che marchiò tutta la sua vita. Il primo internamento nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini, allora detto «il manicomio», avvenne il 31 ottobre 1965. Il ricovero durò poco più di una settimana, ma oramai la china era imboccata e ora Merini doveva farsi visitare periodicamente in un centro psico-sociale, dove potevano decidere altri internamenti. Il secondo ricovero avvenne qualche mese dopo, e in seguito ci furono internamenti più lunghi inframezzati da brevi intervalli: un continuo entrare e uscire attraverso le porte della dannazione. Questo calvario si ripetè per circa quattordici anni. La diagnosi medica fu schizofrenia.

Non bisogna pensare tuttavia a una Merini totalmente inattiva nei quattordici anni di continui ricoveri. Sul piano umano e familiare si devono registrare la nascita di altre due figlie, Barbara nel 1968, ovvero tre anni dopo il primo ricovero, e Simona nel 1972. Entrambe vennero date in affido e si formarono in altre famiglie. I rientri a casa della poetessa dunque portavano a riconciliazioni parziali con il marito. Anche se queste nuove nascite risvegliavano in lei problemi enormi, nonostante il desiderio di non arrendersi e di continuare a scrivere.

Gli ultimi ricoveri in manicomio avvennero nel 1973 e infine nel 1978, quando, uscita definitivamente dalle case di cura, affrontò una nuova fase della sua vita che non si preannunciava facile.

Continuò a frequentare il centro psico-sociale di Conca del Naviglio, sotto le cure della dottoressa Marcella Rizzo, alla quale dedicò molte poesie. L’attività creativa riprese, contrassegnata dalle battaglie con gli editori: il primo libro, dopo l’inferno, fu Destinati a morire. Poesie vecchie e nuove, e uscì nel 1980 per Antonio Lalli, un editore toscano noto per la produzione di libri a pagamento.

Subito dopo, nel 1981, gli amici la aiutarono a pubblicare un’opera in ciclostile, poi divenuta introvabile, dal semplice titolo Poesie. Erano passati ventisette anni dal suo esordio: chi si ricordava ancora della giovane milanese che aveva stupito tutti con il suo talento precoce? I tempi erano cambiati. Eppure lottava e scriveva mentre, senza saperlo, stava componendo il suo capolavoro. Fu Maria Corti, con cui aveva ripreso i rapporti, a far pubblicare in anteprima, nel 1983, su Il Cavallo di Troia, la rivista diretta da Paolo Mauri, una selezione di poesie che avrebbero formato La Terra Santa. Frattanto Merini scriveva una testimonianza sulla sua esperienza in manicomio, di cui alcune pagine vennero anticipate nel settembre del 1983 in Alfabeta, con una presentazione di Giorgio Manganelli. Nello stesso periodo il marito si ammalò e, dopo una lunga lotta, morì il 7 luglio del 1983.

Alda si ritrovò sola. Le figlie erano altrove: la maggiore, Emanuela, si era sposata nel 1970 a quindici anni, mentre le più piccine avevano una loro vita presso altre famiglie. Per superare la solitudine subaffittò una stanza a un pittore, Charles, cui dedicò una serie di poesie che vennero incluse in Vuoto d’amore.

Nel 1983 uscirono ben tre libri di poesie: Le rime Petrose, Le più belle poesie (entrambe in ed. privata, Milano) e Le satire della Ripa (Taranto). Dopo la morte del marito Alda riuscì a ricontattare telefonicamente Michele Pierri, un poeta di Taranto che conosceva dai tempi di Spagnoletti. Nel 1984 lo raggiunse e, nell’ottobre successivo, i due si sposano a Taranto con rito religioso. Lui aveva 85 anni, lei 53.

Per Merini il 1984 fu l’anno segnato dall’uscita del suo capolavoro, La Terra Santa, di cui uscirono ben due edizioni, la prima presso Scheiwiller (Milano), curata da Maria Corti, la seconda, alcuni mesi dopo, molto più ampia, La Terra Santa e altre poesie (Manduria), curata da Spagnoletti.

Queste straordinarie raccolte non vennero accolte come avrebbero meritato.

I primi tempi di Taranto furono densi di novità. Ma per Michele Pierri il matrimonio con una donna molto più giovane di lui e con tanti problemi alle spalle si rivelò difficile.

Nel 1986, sempre per Scheiwiller, uscì la testimonianza dell’internamento, L’altra verità. Diario di una diversa (Milano) con prefazione di Giorgio Manganelli, ma anche un documento così importante dal punto di vista sociologico e letterario non suscitò l’attenzione che meritava.

La convivenza di Merini con il secondo marito ebbe termine in modo drammatico. Michele si ammalò. Lei ripiombò in una spirale di crisi violente e venne internata in un clinica psichiatrica a Taranto. Il ricovero fu breve ma traumatico. Di lì venne spedita a Milano. Pierri morì poco dopo, il 24 gennaio del 1988.

Di nuovo sola, sul Naviglio, e con una metà della pensione del primo marito, Merini fu di nuovo assillata dal problema della sopravvivenza. In quel periodo scoprì il bar libreria Chimera di via Cicco Simonetta, nella zona di Porta Genova, gestito da Laura Alunno. Il Chimera restava aperto fino alle due di notte. Si presentavano libri, si tenevano letture, ma molti scrittori come Vincenzo Consolo, Aldo Busi, Pier Vittorio Tondelli e altri ci andavano anche solo per bere un caffè e chiacchierare. Merini al Chimera trovava ogni sera un cappuccino e una fetta di torta generosamente offerti da Laura Alunno. Quel bar libreria diventò per lei una seconda famiglia e fu fra i suoi tavoli che nacque, per cura di Ambrogio Borsani, Delirio amoroso (Genova 1989).

Sul fronte della poesia le venne comunque in aiuto Giovanni Raboni dapprima curando nel 1988 Testamento, un’importante antologia per l’editore Crocetti, quindi scrivendo nel Corriere della sera il primo grande articolo sul ‘caso Merini’ che segnò il principio della sua rinascita. Altri giornali nazionali si interessarono a lei, poi arrivò una televisione, Telemontecarlo, cui ne seguirono altre in un crescendo mediatico che continuò fino a raggiungere eccessi incontrollabili, ai quali la poetessa non riusciva e non voleva sottrarsi, dopo una vita trascorsa nell’oscurità dell’anonimato.

Il cambiamento generò anche un rilancio editoriale. Entrò in campo l’Einaudi, e nel 1991 uscì per l’editore torinese Vuoto d’amore, raccolta in parte antologica, in parte composta da inediti, curata da Maria Corti. In quel periodo Alda Merini iniziò il rapporto con Pulcinoelefante di Alberto Casiraghi, che per anni pubblicò una plaquette in 30 copie ogni settimana.

La casa di Ripa di Porta Ticinese 47, che prima dei ricoveri appariva ordinata e linda, si trasformò in un deposito di materiali disparati, dove nulla più veniva rimesso a posto. Nel locale si sovrapponevano tre stufette elettriche e quattro ventilatori. Le ante dei mobili cadute venivano lasciate appoggiate casualmente mentre, in camera da letto, c’era la parete-agenda telefonica, divenuta celebre, con i numeri scritti col rossetto.

Nei primi anni Novanta, stanca di solitudine, Alda si portò in casa un clochard che aveva incontrato casualmente per strada, ribattezzandolo Titano e dedicandogli numerose poesie. Titano rimase con lei fino a quando un male incurabile, dopo qualche anno di convivenza, se lo portò via.

Oramai il caso Merini aveva acquistato una dimensione nazionale. Arrivarono alcuni riconoscimenti importanti e, nel 1993, fu insignita con il premio Librex Montale, che comportava un assegno di 35 milioni di lire, una cifra notevole per lei allora.

Nel 1995, curata da Laura Alunno, apparve per Einaudi Ballate non pagate (Torino), raccolta di poesie composte tra il 1989 e il 1994. Sempre nel 1995, dopo molte lungaggini e grazie principalmente all’intercessione di Paolo Volponi, le vennero riconosciuti i benefici della legge Bacchelli.

Nel 1996 vinse il premio Viareggio. Oramai era invitata ovunque a tenere serate, presentazioni, a ritirare premi. Diceva di sì a tutti, spesso tuttavia disertando all’ultimo momento. La storia della poetessa che era stata in manicomio raccoglieva consensi ovunque, faceva audience. I presentatori televisivi cavalcavano con cinismo la stranezza più che il talento. Nel 1998 uscì ancora per Einaudi una bella antologia poetica, Fiore di Poesia, curata da Maria Corti e nel 2000, sempre dallo stesso editore, Superba è la notte.

Nel 2001 Merini venne ufficialmente candidata dal Pen Club per il premio Nobel. Divenne un simbolo nazionale, immagine del talento soffocato e riemerso dalle latenze del sottosuolo: icona della donna liberata, di una vita che aveva rischiato tutto per gettarsi negli abissi della poesia e per riemergerne vincente dopo una lunga lotta.

Con L’anima innamorata incominciò nel 2000 una produzione di poemi a soggetto religioso curati da Arnoldo Mosca Mondadori per Frassinelli. Quindi fu la volta, nel 2001, di Corpo d’amore. Un incontro con Gesù, cui seguirono altri cinque libri sugli stessi temi, tutti presso Frassinelli. Nel 2003 uscì da Einaudi Clinica dell’abbandono, oltre a diversi altri libri da piccoli o addirittura minimi editori. La sua produzione oramai era incontrollabile.

Dalla fine degli anni Novanta la salute cominciò a risentire di una vita piena di sbalzi violenti, di tensioni, di grida dolorose, di cure invasive. Subì tre interventi chirurgici nell’arco di pochi anni. Gli spostamenti si fecero sempre più faticosi e, negli ultimi anni, le condizioni fisiche di Alda Merini andarono gradualmente peggiorando, soprattutto dal punto di vista della mobilità. I ricoveri in ospedale divennero sempre più frequenti.

Nel 2005 Nicola Crocetti pubblicò Nel cerchio di un pensiero. (Teatro per voce sola). L’ultima raccolta Einaudi, uscita nel 2009 poco prima della sua scomparsa, fu Il carnevale della croce, una collezione di poesie amorose inedite accostate a una sezione antologica di poesie religiose tratte dalle raccolte Frassinelli già rammentate.

Alda Merini morì il 1° novembre 2009 nell’ospedale San Paolo di Milano, e le vennero tributati i funerali di Stato.

Alda Merini



La poesia Genesi di Ada Merini recitata da Giovanni Nuti e Daniela Dessì